.png)
Un sorso capace di evocare desideri irraggiungibili, feste sfavillanti e illusioni nascoste dietro l’eleganza degli anni Venti. Il Grand Hotel San Pietro ha conquistato il Premio Critica by Campari alla Taormina Cocktail Week 2026 grazie al progetto presentato dal suo Belvedere Café.
Per il secondo anno consecutivo, la struttura ha partecipato alla manifestazione che riunisce bartender, aziende e professionisti dell’ospitalità attorno alla cultura della miscelazione. Il tema scelto per la competizione, “Stories from a Book”, invitava i concorrenti a trasformare le pagine di un’opera letteraria in un’esperienza capace di coinvolgere gusto e immaginazione.
Il team del Grand Hotel San Pietro si è ispirato a “Il Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, traducendone in forma liquida alcuni dei motivi più profondi: il desiderio, l’illusione, la trasformazione della realtà e la tensione verso un sogno tanto vicino quanto irraggiungibile.
È nato così “Hope Is a Lie”, cocktail ideato dal bar manager Marco Patanè, nel quale ingredienti, tecniche di miscelazione e presentazione scenografica diventano elementi di un unico racconto.
«“Hope Is a Lie” nasce da una lettura capace di generare una visione, proprio come una musica ispirata da una musa – spiega Patanè –. La domanda di partenza è: quanto siamo disposti a trasformare la realtà e a recitare con noi stessi? È un interrogativo che attraversa tutto “Il Grande Gatsby”, tra feste, proibizionismo e desideri nascosti, e trova la sua immagine più potente nella luce verde intravista dall’altra parte della baia: vicina, ma irraggiungibile».
Alla base del drink c’è una personale rilettura del falernum, ribattezzata “Qui-Learn-UM”, nella quale mandorla, zenzero e lime incontrano richiami alla tradizione siciliana. La ricetta comprende due rum lavorati attraverso tecniche di aromatizzazione e una preparazione a base di ananas fermentato e chiarificato, simbolo della ricerca di una trasparenza che rimane, proprio come nel romanzo, difficile da raggiungere.
Anche il servizio contribuisce alla narrazione. Il cocktail viene presentato in un bicchiere alto e slanciato che richiama la forma di un faro, accompagnato da una sfera verde ripiena di succo di mandarino: un riferimento immediato alla luce osservata da Gatsby oltre la baia. L’Earl Grey versato sul ghiaccio secco genera invece una nebbia scenografica che richiama le atmosfere dell’Hudson e l’esperienza inglese del protagonista.
«Come in una notte di jazz, ogni aroma entra con il proprio tempo – aggiunge Patanè –. Non è una melodia perfettamente risolta, ma un fraseggio che rimane sospeso, simile a una composizione sincopata».
Ad accompagnare il drink è un babà tropicale, che rende concreto un richiamo aromatico già suggerito dal rum bianco. La presentazione è stata completata da una performance di danza ispirata agli anni Venti, al proibizionismo e alle feste raccontate da Fitzgerald, trasformando la degustazione in un’esperienza tra gusto, musica e storytelling.
«La Taormina Cocktail Week si conferma un appuntamento di grande valore per il settore, capace di creare connessioni autentiche tra professionisti, aziende e realtà dell’ospitalità – commenta Luigi Bonomo, F&B manager del Grand Hotel San Pietro –. Essere stati scelti come sede della cocktail competition ci ha resi estremamente orgogliosi e ha rappresentato un’importante attestazione di fiducia».
Soddisfazione espressa anche dal direttore della struttura, Piero Benigni: «Il riconoscimento ottenuto rafforza il nostro impegno nel presentare il Grand Hotel San Pietro come una delle realtà di riferimento dell’ospitalità taorminese. Il mio ringraziamento va a tutto il team, che ha lavorato con grande sinergia e professionalità, valorizzando il contributo di ogni componente».
Il premio è infatti il risultato di un lavoro corale che ha coinvolto, insieme a Marco Patanè, l’assistant bar manager Domenico Coppolino, i barman Alessio Di Bella e Alessandro Raffa, la demi-chef Naomi Corallini e la commis Lucia Marchese.
Un riconoscimento che celebra non soltanto l’originalità di un cocktail, ma la capacità di costruire attorno a esso un racconto coerente, trasformando la mixology in un linguaggio capace di unire letteratura, teatro e cultura dell’accoglienza.










