
Un patrimonio naturale di valore mondiale che fatica a tradursi in opportunità concreta per il territorio. L’Etna, simbolo identitario della Sicilia e presenza costante nella vita dei catanesi, continua a rappresentare una grande occasione mancata sotto il profilo ambientale, culturale ed economico.
Di questo si è discusso nel corso di un incontro promosso dall’associazione Generativi – cantieri di cultura e informazione, su iniziativa dell’artista Sonja Streck. A confrontarsi sul tema due relatori di rilievo: il giornalista scientifico ed economista Rosario Faraci e il vulcanologo Boris Behncke, ricercatore dell’INGV di Catania. A moderare il dibattito il giornalista Gaetano Perricone, da anni impegnato nello studio e nella valorizzazione del vulcano.
Un “non-brand” nonostante l’Unesco
A oltre un decennio dal riconoscimento dell’Etna come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ottenuto nel 2013, il bilancio appare ancora incompleto. «La notorietà del nome è cresciuta, ma l’Etna non è ancora un brand, almeno nel senso tecnico del termine», ha spiegato Faraci.
Secondo l’economista, manca una vera strategia di costruzione della marca territoriale: «Non è un brand di prodotto, se si escludono alcune realtà virtuose come il vino del consorzio Etna DOC. E non è nemmeno un brand territoriale, perché l’uso del nome è frammentato e privo di coordinamento».
Il nodo centrale resta quello della governance. «A differenza delle Dolomiti, anch’esse sito UNESCO, qui manca una regia chiara e condivisa. Il Parco dell’Etna è stato progressivamente svuotato del suo ruolo naturale di motore del marketing territoriale, senza che altri enti colmassero questo vuoto».
Un’eventuale trasformazione in Parco nazionale, secondo Faraci, non sarebbe la soluzione: «Pensare di risolvere tutto così è ingenuo, se prima non siamo stati capaci di valorizzare ciò che già avevamo».
Tra informazione e allarmismo
Sul fronte scientifico, Behncke ha richiamato l’attenzione su un altro aspetto critico: la comunicazione dell’attività eruttiva. «Troppo spesso si diffondono fake news o notizie sensazionalistiche che diventano virali e generano allarmismo ingiustificato».
Accanto a questo, il vulcanologo ha denunciato il degrado ambientale: «Parliamo di un patrimonio straordinario, ma in molte aree si trovano discariche abusive e rifiuti abbandonati. Le sanzioni sono poche e poco efficaci».
La proposta è chiara: «Serve investire nella formazione, soprattutto nelle scuole. Bisogna costruire una cultura del rispetto ambientale e far comprendere quanto l’Etna sia preziosa».
Durante l’incontro, Behncke ha anche presentato video delle eruzioni da lui stesso realizzati e accompagnati da musiche originali, insieme alle suggestive immagini fotografiche dell’Etna firmate da Sonja Streck.
Identità e percezione collettiva
Un contributo significativo è arrivato anche da Perricone, che partecipò alla redazione del dossier per il riconoscimento UNESCO. Un lavoro che ha segnato una tappa fondamentale, ma che non ha ancora prodotto tutti gli effetti sperati.
L’incontro si è aperto con l’intervento della vicepresidente di Generativi, Lina Gandolfo, che ha sottolineato il forte impatto dell’Etna sull’identità dei catanesi: «La sua presenza, visiva ma anche sensoriale, incide profondamente sull’esperienza emotiva ed esistenziale di chi vive questo territorio».
A chiudere i lavori, il presidente dell’associazione, Daniele Lo Porto, che ha ribadito il tema dell’occasione mancata: «L’istituzione del Parco dell’Etna nasceva da un’intuizione lungimirante dell’allora presidente della Regione, Rino Nicolosi, ma non è stata valorizzata come avrebbe meritato».
Presente anche l’architetto Salvino Maltese, direttore dei Musei delle Ciminiere, che ha portato il saluto della Città Metropolitana di Catania, patrocinatrice dell’iniziativa.










